Mulini a vento

Sto perdendo colpi. Inizio a dare molta meno importanza alle cose. O forse sto solo cambiando forma mentis. Inizio a pensare che tutto questo affannarsi a cercare di spiegare cose a chi non è interessato a saperle sia del tutto inutile.
Ognuno di noi ha avuto esperienze diverse, insegnamenti diversi, influenze diverse, che lo/a hanno portato/a ad avere determinate convinzioni e un determinato modo di approcciarsi alle novità e alle idee altrui. Non possiamo sapere, nè io nè lui/lei, se, quando e perché cambierà idea. Non possiamo sapere quale sarà la molla che lo/a porterà a ripensare le sue convinzioni, le sue abitudini. E ci vuole una combinazione di “cosa” e “quando”, perché questo accada.

Se i macelli avessero le pareti di vetro saremmo tutti vegetariani.

Lev Tolstoj

Beh, balle. Ingenue balle. C’è chi se ne fregherebbe comunque.

Non ho più voglia di combattere contro i mulini a vento. Di riportare fatti e dati che sarebbero alla portata di chiunque, se solo avessero la voglia di cercarli. A me sembra tutto scontatissimo, cose che ho letto e visto mille volte, di conseguenza non riesco a capacitarmi del fatto che ci sia ancora qualcuno che mi dice “ma la carne serve” o “ma qui le mucche sono trattate bene”. Cosa si può rispondere a obiezioni del genere? Non c’è possibilità di dialogo. Qualunque cosa io possa dire non cambierà le convinzioni del/la mio/a interlocutore/trice. Perché mai dovrebbe credere a quello che dico io?

E’ molto frustrante. Per quanto molti veg*ani cerchino di far apparire il diventare veg*ani tutto rose e fiori, così non è. E non perché sia difficile togliere determinati alimenti dalla propria dieta: una volta che hai fatto il collegamento, che hai aperto gli occhi, se davvero hai capito, diventa inconcepibile andare avanti come si è sempre fatto. Quello che è davvero difficile e fonte di immane stress è accettare che gli altri non siano stati “pronti” a cambiare nello stesso momento in cui lo sei stato/a tu. Per te è lapalissiano che si debba cambiare, per gli altri è lapalissiano il contrario.

E in questo modo, si perdono di vista loro, gli animali, che dovrebbero essere l’unico oggetto delle nostre preoccupazioni e che invece finiscono per restare dei meri referenti assenti, come vuole (e riesce perfettamente a fare) l’industria della carne.

Quando ho iniziato a pensare a questo pseudo-articolo ero ancora ottimista. Pensavo di concludere con un “siccome non sappiamo nè quale sarà la molla, nè quando dovrà scattare, l’importante è continuare a informare, informare e informare, finché a qualcuno non verrà qualche dubbio”. E invece adesso non ne sono più tanto sicura. Non saranno un articolo sul mio blog, o un video truculento, o una conversazione stizzita a cambiare qualcosa in concreto. Perciò non so che fare. Certo è che non ho più la forza di combattere una battaglia che mi sembra persa in partenza.

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60 pensieri su “Mulini a vento

  1. Rita

    Comprendo il tuo scoraggiamento perché è lo stesso mio, in alcuni giorni.
    Pensa che tempo fa, durante un pranzo in cui cercavo di far capire ad un amico la crudeltà del cibarsi degli animali, questo mi ha risposto: “ma i maiali mica soffrono come noi”. E non è una persona ignorante, né stupida, né cattiva o insensibile (almeno riguardo altri argomenti). Semplicemente si basa su dei preconcetti che hanno formato i suoi pregiudizi, quindi è convinto che il maiale non soffra perché così qualcuno gli ha fatto intendere (anni ed anni di indottrinamento di cultura specista, di propaganda mediatica, di abitudini, di tradizioni ed anche di probabile inconscio autoconvincimento per lavar via un eventuale senso di colpa o quantomeno disagio ecc.).
    Noi comunque, momenti di scoraggiamento a parte, che sono comprensibilissimi, dobbiamo continuare assolutamente a divulgare la nostra contro-informazione (ossia, la vera e corretta informazione sullo sfruttamento degli animali) perché così almeno contribuiamo a far sì che sempre più gente sia messa nella condizione di conoscere, dopodiché certamente soltanto la coscienza e sensibilità di ognuno potranno fare la differenza, però almeno potrà partire da una base di verità e non di occultamento della stessa.
    Pensa che giusto ieri ho partecipato ad un presidio contro la vivisezione ed ha parlato un medico che da oltre quarant’anni si batte per diffondere la verità sulla grande truffa della sperimentazione animale (e ci ha scritto, mi sembra di aver capito, sei libri): ha detto chiaro e tondo che la comunità scientifica ormai da tempo è consapevole dell’inutilità della sperimentazione animale, però le pressioni da parte delle aziende farmeceutiche e di tutto ciò che vi ruota attorno (per il quale c’è un giro di denaro mostruoso, roba di milioni e milioni di euro all’anno) è talmente forte che non si riesce a far trapelare la verità e la gente continua ad essere convinta che sia utile.

    Quindi la colpa non è tanto del singolo, quanto della propaganda mediatica e della cultura specista in cui è immerso; e devi pensare che la maggior parte della gente non lo fa questo sforzo di andarsi ad informare da sola, non si mette a guardare i video, cercare i siti… e poi, se anche lo facesse, solo una parte ne resterebbe comunque impressionata abbastanza da mettere in discussione le proprie abitudini di vita. Se però fossero le informazioni stesse ad arrivare alla gente, in maniera martellante e continua – così come avviene oggi però purtroppo al contrario – allora pian piano avverebbe quello slittamento di prospettiva che permetterebbe di percepire la realtà della sfruttamento degli animali come la cosa mostruosa che è.

    Forse la battaglia è anche già persa, forse davvero non si potrà fare al momento nulla o più di quello che stiamo già facendo, ma tu non devi smettere di lottare perché la lotta per ciò in cui si crede deve continuare a prescindere dai risultati: come valore etico in sé. Questa è l’etica dell’antispecismo. Nostro dovere è affermarla e difenderla comunque.
    Per un vero e definitivo cambiamento, sono sempre più vicina all’idea che finché non ci sarà un cambiamento radicale delle strutture della società, sarà difficile far passare il messaggio che gli animali devono essere rispettati.
    La liberazione totale degli animali potrà avvenire solo quando avverrà anche quella umana. Le radici della schiavitù e dello sfruttamento sono le medesime.
    Informare, fare pressioni, boicottare, lasciare la nostra testimonianza, fare attivismo, mostrare video, regalare documentari, libri… fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità.
    Capisco la tua stanchezza… la capisco… ma sono momenti, poi passa e torna più grinta di prima.
    Tom Regan, che ho avuto il piacere di conoscere durante una conferenza, mi ha scritto sul suo libro: “yours in the struggle”: è una lotta, e come tutte le lotte capita a volte di dover fermarsi un attimo a riprendere fiato.
    Quindi ora lo dico a te: “sono con te in questa lotta”, pensa che non sei sola a combattere, che siamo sempre di più e sempre più convinti, OK? 🙂

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    1. Paola Autore articolo

      Mi sembra che le persone che possiamo riuscire a raggiungere e a far cambiare idea siano quelle già “predisposte” a farlo. Per tutti gli altri, essere martellati con informazioni che non gli interessano è solo una rottura e continueranno a vederci come affiliati a una setta, come quelli che quando li inviti a pranzo non si sa mai cosa preparargli.
      C’è da dire che questo mio scoraggiamento nasce anche da altri fattori estranei alla questione… chissà, magari quando risolverò questi, tornerò a credere che quello che posso fare con il mio piccolo blog e con una manciata di link su Facebook sia comunque importante.

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  2. ti capisco benissimo.. giusto pochi giorni fa mi sono dovuta scontrare con quest’idea, che non siamo tutti empatici allo stesso modo, che alcuni se ne fregano e se ne fregherebbero comunque, anche con le vetrate nei macelli.
    ed è terribile condividere anche un solo pasto con loro, perchè la nausea è tanta.
    però vale la pena di continuare ad informare più persone possibili.. io stessa sono diventata vegetariana pochi mesi fa per aver letto e visto un’alternativa senza sofferenze.
    è dura, ma la coscienza pulita ripaga.
    e sapere che anche una sola persona ti ha seguito è una grande soddisfazione!
    forza, un abbraccio!! 🙂

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    1. Paola Autore articolo

      Infatti, questa soddisfazione per ora non mi è stata concessa: non vedere risultati, non aiuta a continuare a crederci… Chissà, forse ho solo sbagliato strategia.

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  3. Riccardo

    personalmente ho notato che insistere a far capire agli altri le proprie (ovvie) ragioni che dovrebbero spingerci a diventare vegani è controproducente e poco utile, innanzitutto è doppiamente frustrante per me non essere capito e vedere che l’altro non capisca le mie (ovvie) ragioni, ma soprattutto c’è la natura umana di mezzo e l’innato e radicale orgoglio che ognuno ha per le proprie opinioni, così che più si tenta di spiegare all’altro le proprie ragioni più l’altro si sentirà in dovere di replicare con le sue ragioni, e più si va avanti e più questo si convincerà – cioè ha bisogni di convincersi – di essere nel giusto. Invece credo che sia più utile lanciare dei messaggi e poi lasciare che l’altro abbia tutto il tempo per riflettere. Come si dice se son rose fioriranno 🙂 Certo che non è una battaglia persa in partenza, sembra così solo perchè è una battaglia lunga e quindi è difficile vedere i risultati, ma se pensi che sono 10 mila anni che alleviamo animali è normale che ci vuole molto tempo per cambiare le cose. Se poi continui così questo blog diventerà il blog dello sconforto! 🙂
    ciaoa presto,
    Ric

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    1. Paola

      Lo so, è tutto vero, verissimo, ma sto per impazzire. Mi sa che sospenderò per un po’ la pubblicazione di post su questo blog, prima che diventi una tremenda lagna. Devo prima fare ordine nella mia vita.

      Rispondi
      1. Riccardo

        eh già, la vita, certo bisogna fare ordine anche dalle mie parti, concordo. Per sconforti, lamenti, lagne e varie, di solito io non sono solito in questo perchè mi sembra un modo improduttivo di approcciarsi, però riconosco che a volte può portare a dei risultati e all’azione, quando non è fine a se stesso ma porta ad una riflessione di qualche tipo. Se poi non pubblichi più articoli dove vado a dispensare le mie perle di sagGIEzza?

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  4. despin

    Nello sconforto mi ci ritrovo spesso pure io. Condivido tutto quello che dici. E in quanto a risultati, la lancetta tremola sempre attorno allo zero.
    Per vedere quello che noi vediamo, non bisogna certo essere speciali. Chiunque rabbrividisce nel vedere uccidere a sangue freddo un animale. Non occorre essere un genio per capire cosa sia una fetta di prosciutto. Eppure.

    Si tratta in fondo dello stesso sconforto di cui parlano certi mistici. La verità è tanto semplice, quasi banale, eppure l’essere umano non riesce a percepirla.

    Si tratta certamente di un qualcosa di molto più grande di noi. E noi, anche in questo insostenibile ed inevitabile sconforto, in questo mostruoso senso di impotenza che pervade le nostre giornate, noi certi giorni riusciamo perfino a fare qualcosa, scrivere sul nostro blog, parlare con qualcuno.

    C’è un aneddoto sul Buddha, una storiella. Quando il Buddha si illuminò capì subito che ogni tentativo di spiegare al mondo quello che gli era accaduto sarebbe stato inutile. Decise allora che sarebbe rimasto in silenzio fino alla fine dei suoi giorni.

    Gli dei del cielo, allarmati da tale decisione che pareva irrevocabile, inviarono al Buddha una schiera di angeli. Questi dissero al Buddha: è vero, la maggioranza delle persone non potrà mai capire. Eppure esiste la possibilità che esista qualcuno che sia lì, sulla soglia di poter capire, ed una tua parola potrebbe permettergli di fare il salto.

    Buddha riflettè per un bel po’. Quella remota possibilità seppur remota esisteva, e solo per quella remota possibilità, solo per quella ipotetica singola persona decise di dare ascolto alla schiera degli angeli. Ne fu in qualche modo costretto.

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    1. Paola Autore articolo

      Grazie per l’aneddoto 🙂
      E’ qualcosa molto più grande di me, ma tendo sempre a prendere tutto sul personale e quando non riesco a risolvere le questioni (e questa non è esattamente una questione alla portata di un singolo), vado in paranoia…

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  5. Volpina

    Del fatto che qualcuno se ne fregherebbe comunque sono d’accordissimo.

    La gente di merda c’è, c’era e continuerà ad esserci.

    Però magari con i vetri e i cadaveri in bella vista qualcuno potrebbe prendere coscienza di cosa davvero capita e comprendere il pensiero vegan.

    E’ frustrante dover solo spiegare il perchè dell’essere vegan, e ancor di più quando l’interlocutore sembra anche prenderti per il culo. Ma non bisogna demordere, bisogna andare avanti. Chi si ferma è perduto.

    La vignetta dei dinosauri è assolutamente meravigliosa.

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      1. Volpina

        beh, i provocatori, o come ho imparato a chiamarli grazia Rita, i “troll” non sono altro che persone a cui non interessa nulla dei tuoi pensieri e vogliono solo darti fastidio, provocarti.
        Non serve a niente perdere il nostro prezioso tempo con loro. Dedichiamoci a chi può essere interessato, per il nostro e il loro bene.
        Sempre in forma! Un abbraccio!

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  6. sdrammaturgo

    Qui ci vuole un intervento del mio celeberrimo ottimismo.
    Se pensiamo che un giorno gli animali saranno liberi e non esisterà più la violenza sul più debole, beh, prepariamoci ad una cocente delusione. Non dobbiamo farci illusioni: il paradiso non esiste, né in cielo né in terra.
    Lo cito sempre, l’ho fatto anche ultimamente su Asinus Novus, continuerò a farlo sempre, perché a mio avviso è la chiave: l’esperimento Milgram ha dimostrato che non c’è speranza.
    Però disperazione non è sinonimo di inazione.
    Ci sono appunto persone predisposte. Ecco, per quelle persone è necessario continuare a parlare ed informare.
    E poi è proprio dalla consapevolezza dell’impossibilità della redenzione che si sviluppa una nuova e più pressante urgenza di salvare il salvabile.
    E soprattutto bisogna continuare per gli animali: bisogna testimoniare la loro condizione, in nome della verità.
    La battaglia è persa in partenza, non c’è dubbio su questo. E proprio per questo va combattuta. Guastiamo almeno un po’ la festa dei vincitori.

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  7. Luca

    Oh, pargoli, piscerò controvento… non è una battaglia persa in partenza!

    In primo luogo perché ogni piccolo miglioramento è un passo avanti. Non è che se non ci sarà un mondo privo di dolore allora sarà tutto come ora. Il dolore è parte della vita, ci facciamo nulla. Aumentare drammaticamente la consapevolezza dell’umanità, questo è un obiettivo. A fronte di un’evoluzione tecnologica impressionante, ai limiti della “magia”, per altri aspetti della nostra esistenza, più vitali sotto molti punti di vista, siamo rimasti fermi alla Grecia antica.

    E pure concordo con Paola che le persone davvero e immediatamente capaci di recepire il messaggio sono quelle già predisposte. Io pure, mio “malgrado”, ho preso atto di una mia predisposizione fin da bambino in questo senso. Ci sono masse di persone, mentalmente pigre e timorose, sciatte, che non intendono discostarsi dai pregiudizi con cui sono state allattate.
    Tuttavia questo dato può tranquillamente essere ribaltato in un’argomentazione, Paola: apriamo gli occhi a chi è bendisposto. Gli altri, quando si sarà raggiunta una massa critica, si adegueranno in massa. Inerti prima, inerti dopo.

    Certo che non c’è garanzia di successo. Ma è il provarci che nobilità e rende più bello ogni secondo. Quando corri nella giusta direzione non hai bisogno di essere già arrivato per esserne felice.

    Rispondi
    1. Rita

      “Quando corri nella giusta direzione non hai bisogno di essere già arrivato per esserne felice.”
      Bell’aforisma, te lo rubo. 🙂

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    2. Paola Autore articolo

      Credo che continuerò a correre, non sto gettando del tutto la spugna, solo che in questa maratona mi ci vogliono delle soste di riflessione. Per evitare di sbagliare direzione, devo correggere il tiro ogni tanto 🙂

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      1. Volpina

        Magari ogni tanto puoi prendere il treno o fermarti al bar a prendere un caffè. Si sa che correre troppo e a lungo stanca l’animo.
        Magari prendersi una tregua e studiarsi una nuova strategia può rinvigorirci.

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  8. Sascha - Coffee and Heels

    Io ho smesso di tentare. Non sopporto più chi mi CHIEDE perchè sono vegetariana/voglio diventare vegan e quando lo spiego, spara qualcosa tipo: “ma le uova che c’è di male?”. A fronte di ogni mia motivazione, questi insistono che non va bene per quello o quell’altro motivo. Allora perchè me l’hai chiesto? Volevi realmente sapere o vuoi solo auto-convincerti che la carne va bene, le uova vanno bene, eccetera? Allora hai beccato la persona sbagliata. Non pretendo di fare cambiare idea a nessuno, voglio essere solo lasciata mangiare quel che voglio in santissima pace.

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    1. Paola Autore articolo

      Il problema è che non esiste l’approccio perfetto. Bisogna riuscire a capire che tipo di persona è quella che ti ha fatto la domanda, perché l’ha fatta e agire di conseguenza: ignorare e tagliare corto / spiegare sommariamente e dare eventuali riferimenti per approfondire / cercare di piegare nei dettagli … E’ una faticaccia, ma queste situazioni si ripeteranno sempre. Forse è il caso di prepararsi prima una strategia per avere la risposta pronta in (quasi) tutti i casi. Conosco gente che si porta dietro dei fogli con stampate domande e risposte e li consegna così come sono ogni volta 🙂

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  9. summ3rw1nd

    Temo che, piuttosto che i mulini a vento, tu stia lottando contro uno stampo con cui sono state fatte milioni di persone. Non è questione di accessibilità delle informazioni, ma di come siamo abituati a ragionare. Un po’ come quando tutti pensavano che la terra fosse un quadrato. Non è tanto il fornire dati, perchè tu non stai combattendo l’ignoranza, tu stai combattendo un modo di pensare.

    Rispondi
    1. Paola Autore articolo

      A quanto pare è difficilissimo deviare anche di poco dal pensiero comune o dalle abitudini di una vita. Ma se ci sono riuscita io, significa che può riuscirci chiunque ed è questo che mi fa rabbia. Non c’è bisogno di fare chissà quali salti mortali per rendere migliore questo mondo, basterebbe NON fare alcune cose. Ma evidentemente non è così semplice come sembra a me.

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  10. Masque

    Certo che è dura! Non possiamo aspettarci di fare un bel discorso a qualcuno e che questo ci dia ragione e smetta subito di nuocere agli animali. Se non fosse che le radici della tradizione immobilizzano il pensiero di tutti, sarebbe l’ego, l’orgogliosa vanità, ad impedire di far ammettere “sì, hai ragione”,
    Capita che ci siano quelli in bilico, che hanno una senibilità già ben disposta e che, a causa del fatto che tutti fanno nell’altra maniera, temono di fare un passo nella direzione sbagliata. Questi possono capire o meno le ragioni razionali del non nuocere agli animali, ma in ogni caso, quante più persone veg* conosceranno, quanto più si renderanno conto che quel passo è possibile.
    Le persone “legate dalle radici”, potranno scrollarsele solo se verranno sostituite da altre radici. La gente tende ad avere il minor numero di pensieri, di responsabilità, per questo delega le decisioni ad altri. Preferisce un’autorità che le dica cosa fare. Ma non è una scelta razionale e cosciene, bensì un comportamento automatico, istintivo. Preferisce essere governata e farsi prendere per il naso con la farsa del voto democratico. Sa benissimo che tutto questo è sbagliato, ma lo preferisce al prendersi responsabilità e allo sforzo mentale che comporterebbe il pensare a sufficienza da potersi levare di dosso queste radici, se non altro, per vedere almeno come sono fatte.
    Non è che siano scemi… Purtroppo, la situazione attuale costringe a razionare i propri sforzi intellettivi. Troppo tempo delle nostre vite viene usato per preoccuparsi di lavoro, conti da pagare, desideri di oggetti mostrati nelle pubblicità, colmare l’invidia verso altre persone, mostrare di stare bene e di non essere inferiori a nessuno. Quante energie rimangono per pensare autonomamente e scrollarsi di dosso le tradizioni e le abitudini? Pochissime. Non è un problema che colpisce solo l’antispecismo, ma qualsiasi altra controcorrente che cerca di rovesciare lo stats quo.
    Per questi motivi, lo slogan dell’ALF è “animal liberation – human liberation”. Non si può arrivare alla liberazione animale, se contemporaneamente non si lavora per la liberazione dell’uomo, e viceversa. Se l’uomo non è libero o non capisce il valore della libertà, le qualità che dovrebbe avere (che non sono solamente poter scegliere fra partito A, B o C, oppure fra automobile o mezzo pubblico o fra cotoletta e seitan, ma poter rifiutare le scelte imposte, ed al loro posto, inventare ed avere la possibilità di esprimere e diffondere), sarà sempre rivolto verso sé, egoisticamente impegnato dal pensiero di salvare sé stesso prima di tutto, di rimanere a galla.
    Associo sempre l’antispecismo agli ideali anarchici, perché penso che siano due cose complementari, che siano viste separatamente solo per questioni di abitudine, dato che l’antispecismo si è formalizzato molto più recentemente.

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    1. Paola Autore articolo

      A volte mi viene risposto “hai ragione, ma in questo momento non ho la testa/tempo per pensarci”. E intanto il tempo passa e l’occasione per pensarci non arriva mai.

      Rispondi
  11. Masque

    Dimenticavo… In tutta questa complessità, quindi, quello che personalmente mi viene spontaneo fare è informare dove posso, capire perché le persone agiscono nel modo che fanno, ed essere esempio. Non “esempio” come modello da seguire, ma per mostrare che è possibile fare anche così, come faccio io e molti altri vegani. Che non c’è nulla di pericoloso o difficile. Molti hanno solo paura, perché sono stati istruiti ad avere paura. La paura rende le persone ansione ed alla ricerca di salvezza, sia un eroe, un autorità, un dio, e tendono a smettere i pensieri autonomi perché temono che li porterebbero in situazioni spiacevoli e pericolose.

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  12. Giulia

    Ciao Paola, mi chiamo Giulia e questa é la prima volta che leggo il tuo blog. Ti scrivo perché sono vegana da quasi tre anni e anch’io molto spesso mi son trovata ad argomentare sui perché della mia scelta con persone che non riuscivano proprio a vedere le ragioni etiche di uno stile di vita vegano. So che é frustrante e che ci si sente inermi, per questo vorrei proporti uno spunto di riflessione: Il mio scopo, ma credo sia in generale quello di ogni persona che abbia a cuore la sorte dei nostri amici animali, oltre a non arrecar danni in prima persona, é soprattutto far sí che il maggior numero possibile di persone faccia lo stesso. Ecco, io con il tempo ho cambiato approccio riguardo al diffondere il piú possibile il messaggio. Dal momento che credo che la scelta di continuare a mangiare animali sia prettamente egoistica (non si vogliono abbandonare le vecchie abitudini e i sapori ai quali siamo abituati), cerco di far leva proprio sull’egoismo di chi mi circonda: il mio discorso ora si basa soprattutto sulla SALUTE. La maggior parte delle persone che conosco ha problemi di ogni genere, provocati da stili di vita non salutari e dal consumo di alimenti non consoni al nostro organismo. Ora come ora il sovrappeso, i problemi cardiaci, il diabete e via dicendo stanno mietendo sempre piú vittime tra gli umani, e ho notato che se non per rispetto verso gli animali, le persone sono piú propense a cambiare alimentazione per convenienza. Seppure la mia scelta sia stata dettata dal desidero di non nuocere e non da motivi di salute, col tempo ho visto avvenire su di me dei cambiamenti incredibili da quando non mangio piú cadaveri & Co.: non soffro piú d’asma né di allergie e ho molte piú energie e voglia di fare. La chiave secondo me per noi vegani é rappresentare degli esempi di perfetta salute da seguire, oltre che di impegno animalista! Con una salute vibrante, un fisico sano e una pelle radiosa ci sará chi si interesserá piú alla questione. E pian piano il messaggio della dieta vegana come semplice, efficace e molto sana, si diffonderá. Lo so, sembra un discorso superficiale, ma guardiamoci intorno… Chi se ne frega del perché lo facciano, l’importante é che non paghino gli animali per i loro bagordi. Questo é il mio pensiero. E poi, col tempo, il semplice cambio di alimentazione porterá a piú consapevolezza ( si spera 🙂 ). In questo modo si fa del bene a tutte le razze animali, anche la nostra, all’insegna dell’antispecismo!
    Coraggio!
    Baci
    Giulia

    Rispondi
    1. Paola Autore articolo

      Ciao Giulia, grazie per la visita e per il commento 🙂
      Credo che ognuno abbia una corda diversa da toccare. Se, ad esempio, parlassi di vantaggi per la salute ad alcuni miei amici, so che non gliene importerebbe nulla e sarebbero quindi parole al vento. Per questo cerco sempre di generalizzare il discorso, di portare tutte le motivazioni possibili, per poi approfondire quella che mi sembra faccia più presa nella persona con cui sto parlando.
      Fare questo però è molto difficile: bisognerebbe essere esperti di tutto, perché ovviamente non si accontentano di dichiarazioni generiche sui benefici per la salute, sull’impatto ambientale o sui risvolti etici. Hanno bisogno di prove, di dati concreti, io non sono vista come persona “autorevole” su questi argomenti. Sebbene abbia letto decine di libri sull’argomento e continui a informarm, non sono un’enciclopedia vivente. Non posso ricordarmi tutto e non posso neanche sperare che queste persone approfondiscano autonomamente l’argomento, per mancanza di tempo o di effettivo interesse.
      Le sto provando tutte. Non troverò mai l’approccio perfetto, ma l’esperienza insegna e spero che le cose migliorino col tempo 🙂

      Rispondi
  13. Renata

    Ciao!
    innanzitutto piacere di averti incontrato via web!
    I blog ben fatti mi piacciono sempre 😉
    A dire il vero avevo letto questo articolo la settimana scorsa ma nei giorni successivi mi e’ contintinuato a venire in mente..
    Pur non essendo io una blogger mi sono ritrovata a dover affrontare l’argomento con amici e parenti..una cosa che ho notato e’ che, nonostante la gravita’ della situazione (parlo in primis per loro, gli “animali”, e poi per la societa’.Il cibo alimenta non solo il corpo ma anche la mente..penso che la violenza che regna sovrana anche fra noi sia generata da menti “mal carburate” e il non riconoscere il nostro prossimo anche in certi animali, quelli da macello o da laboratorio oppure il randagio per strada, significa non essere in grado di riconoscerlo, poi, neanche negli altri) piu’ si cerca di parlarne in maniera diciamo “seria” con l’informazione e cercando di instaurare un dialogo che porti il tuo interlocutore ad arrivare a capire tramite il ragionamento, piu’ la questione rischia, tra una battuta e l’altra, di cadere nel banale (e pure un po’ da scassapalle), con te che rimani li’, magari sbeffeggiato dal piu’ cretino della band!
    Credo sia capitato a tutti..avevi un sacco di cose interessanti e di buon senso da dire e invece ti ritrovi a dover far i conti con gente che e’ interessata piu’ che altro a trovare il modo per coglierti in fallo.
    Beh..la risposta a tutto questo penso si trovi nelle vignette che hai pubblicato.

    Umorismo.

    Anziche’ assillare le persone con filmati e gran discorsi perche’ non provare a seccarli con una battuta sarcastica che li faccia sentire tremendamente..stupidi (tanto un pochetto instupiditi lo sono)?
    Talmente idioti che saranno loro i primi a cercare di informarsi al meglio per poter uscire dalla propria ignoranza..

    Sono Vegana perche’ arrivo da Vega (non mi avrai, brutto stronzo)

    Rispondi
    1. Paola Autore articolo

      Ciao Renata, grazie per i complimenti 🙂
      Il problema è che, non avendo nessun “titolo di studio” inerente l’alimentazione, la medicina e argomenti affini, non siamo visti come fonti attendibili per determinate informazioni. Se uno qualsiasi dei miei amici e conoscenti mi venisse a dire qualcosa di completamente opposto a quelle che sono le mie conoscenze/credenze, non gli darei molto credito.
      Anche se fossi capace di fare battute sarcastiche (di solito non mi vengono mai al momento giusto), non credo che servirebbe a spingere ad informarsi persone disinteressate all’argomento o comunque del tutto convinte che sia corretto quello che sin da piccoli gli è stato propinato a casa, a scuola e in ogni ambito della società in cui viviamo.
      Ogni volta che leggo un libro sull’antispecismo, sull’alimentazione, ecc.. penso “se le persone che conosco lo leggessero, capirebbero meglio il mio punto di vista e alcuni potrebbero anche iniziare a cambiare opinione”, ma non posso costringere nessuno a leggere un libro, né mi viene voglia di provarci quando in tanti anni non c’è stata nemmeno la minima apertura in questo senso.
      Non credo di aver mai assillato nessuno con discorsi non richiesti, mi sono sempre limitata a rispondere alle (poche) domande che mi venivano poste e a creare questo blog, nella speranza che fosse letto almeno di sfuggita da qualcuno che si sia fatto venire almeno un minimo dubbio…

      Rispondi
      1. Masque

        Come singoli, difficilmente ci verrà riconosciuta una qualche autorevolezza su alimentazione, etica o quant’altro… (Anche se, magari, siamo molto più informati di altri… se non altro per la necessità di saper rispondere alle infinite critiche che riceviamo.) Ma dato che stiamo diventando sempre di più, è facile che in futuro, l’autorevolezza verrà dal numero. (In modo simile a come adesso le idee speciste e quelle errate riguardo all’alimentazione, si reggono per lo più sull’autorità della massa.)

        Rispondi
      2. Renata

        Neanch’io ho troppo il senso dell’umorismo, specialmente per quanto riguarda la causa animalista soprattutto perche’ sono ancora nella fase incazzosa, ma quando ho letto la vignetta sul deodorante ho pensato all’assurdita’ della questione…e’ talmente semplice che forse basterebbe dire le cose come stanno senza scomporsi e col sopracciglio leggermente rialzato (ma neanche troppo) per “desbelinare” il cervello alle persone.

        *Desbelinare = Termine dialettale genovese qui adottato per dire “causare una scossa al cervello umano atta a svegliarlo dal torpore”

        Comunque penso che il lavoro di voi bloggers sia importantissimo..a volte sono proprio le cose lette di sfuggita (come hai detto tu a proposito del perche’ e’ nato questo blog) quelle che ti, scusa la ripetizione, desbelinano il cervello…magari non subito, ma piano piano riescono ad avanzare facendosi spazio e, alla fine, non possono fare altro che apparirti chiare ed ineludibili.
        Arrivati ad un certo punto non e’ piu’ possibile far finta di non aver capito bene.

        Renata

        Rispondi
  14. bizzarrobazar

    Rispetto vegetariani e vegani, ma non concordo con la loro visione del mondo. Mi piacerebbe dire la mia, anche se so in anticipo che mi attirerò critiche e polemiche.

    Per quanto ne capisco, la vita si ciba di altra vita. La biosfera, quella sottile striscia di materiale multiforme e ribollente che ricopre il pianeta, proprio sotto l’atmosfera, è costituita da un continuo cambiamento di forma e si nutre della sua stessa essenza. Un flusso continuo, di cui noi facciamo parte – e in cui la nostra idea di “io” o di “coscienza” sembra invece essere una perversione superflua.

    Non vedo come si possa distinguere tra piante, animali o altri esseri viventi che proliferano in una moltitudine di forme su questa strana palla lanciata nel cosmo: il mio corpo sopravvive grazie alla morte di altri esseri, proprio come esso stesso offrirà il nutrimento ad altre migliaia di altri esseri viventi. Mangiare un corpo o una foglia, è per me un mistero assolutamente identico, ma che è necessario. Non possiamo cibarci di rocce, purtroppo. Ed è tutto talmente strano e meraviglioso, che non so come si possa venir fuori con delle *regole*…

    Abbiamo forse una visione romantica e irreale dei concetti di sofferenza e di violenza: entrambi sono essenziali al mondo, al susseguirsi di forme, di nuove configurazioni della materia. Il dolore è una delle grandi rivelazioni, è insito addirittura nel nostro stare al mondo, e dà la possibilità ad altri esseri (siano essi maligni per la nostra esistenza, siano essi esseri miscroscopici che nascono, fanno sesso e muoiono sulla nostra stessa faccia – vedi: http://boingboing.net/2012/08/31/meet-your-face-mites.html) di proliferare. Io non vedo niente di negativo nel dolore e nella morte.

    Così, mangiare una bistecca o mangiare una foglia non cambia nulla di fronte al vero dilemma: io mi nutro della morte di qualche altro essere vivente. Io sono responsabile del dolore e della morte; non si può evitare questo nodo fondamentale, che si sia vegetariani o carnivori. (Non mi si dica che le piante sono inferiori, che è un argomento davvero ingenuo; allo stesso modo, che i carnivori non mi vengano a dire che gli animali non soffrono).

    Tutti i problemi, tutte le paranoie che nascono da questo difficile compromesso, sono a mio parere senza vera rilevanza. Io da morto sarò carne da sostentamento, così come altri esseri viventi lo sono stati per me, dopo la loro morte. E’ davvero tanto difficile ammetterlo?

    L’eticità dell’uccisione non è in ballo: sono anch’io d’accordo che se si potesse ridurre la sofferenza degli animali che ci servono per sopravvivere, le nostre auto-immagini di uomini buoni ne gioverebbero. Ma spesso questo non è possibile, e alla fine siamo animali noi stessi. Uccidiamo, e ci cibiamo dei cadaveri delle nostre prede. E’ brutto? Cattivo? Forse, ma assolutamente naturale.

    (Scrivo queste righe di getto e dal cuore, sapendo che qui sono per così dire “sicuro”, perché da molto tempo leggo questo blog e so che le persone che lo frequentano sono serie e riflettono sugli argomenti che affrontano.)

    Rispondi
    1. Paola

      Ti ha già egregiamente risposto Masque (che ringrazio – non sei stato invadente, anzi!) qui sotto, ma ecco la mia modesta risposta che, ti avverto subito, sarà probabilmente un flusso di coscienza, senza capo nè coda.

      Innanzitutto ti ringrazio per aver scritto quello che pensi con sincerità e per il fatto che segui il blog, anche se ci scrivo una volta al secolo.

      Negli anni la mia visione su come va il mondo e su come mi piacerebbe che andasse si è modificata, o meglio si è evoluta, principalmente a causa delle mie letture. Ormai un’intera mensola della mia camera è dedicata a libri sull’antispecismo e i diritti animali sotto ogni punto di vista: filosofico, psicologico, ecologico, sociologico, antropologico, giuridico, storico, medico, culinario, ecc…
      Non sono state queste letture a farmi decidere di diventare vegetariana, perché quando ho deciso di smettere di mangiare animali non avevo letto nulla sull’argomento, né ero venuta in contatto con altri che avessero fatto questa stessa scelta. Non so cosa mi abbia portato a farla. Forse è stata solo questione di empatia e di neuroni specchio. Queste letture mi hanno però permesso di conoscere molti fatti di cui non sospettavo minimamente l’esistenza e di sfatare alcune mie false credenze derivate dal “sapere comune”, per decidere infine di diventare vegana.

      Ogni tanto mi prende lo sconforto perché mi soffermo a pensare che noi siamo qui a disquisire sui massimi sistemi, sulla differenza tra piante e animali, se è etico o meno uccidere, se si possa trovare una via di mezzo, mentre contemporaneamente nel mondo ci sono miliardi di esseri viventi che soffrono le pene dell’inferno e io e te siamo stati a dir poco fortunati a essere nati homo sapiens sapiens, nel “primo” mondo, in una famiglia agiata. Se fossi nata in una famiglia povera, sicuramente avrei voluto che le cose cambiassero. Se fossi nata in Somalia, sicuramente avrei voluto non dover patire la fame e le malattie. Se fossi nata mucca “da latte”, costretta a sfornare vitelli di anno in anno per vedermeli puntualmente portare via e soffrire di continue mastiti, posso ragionevolmente credere che avrei voluto evitare tutto questo dolore.
      Se vedo qualcuno soffrire, che sia umano o altro animale, posso capire la sua sofferenza e non posso far altro che cercare di lenirla. E’ una paranoia? Può darsi, ma non posso fare a meno di immedesimarmi: se capitasse a me, vorrei che qualcuno mi aiutasse.

      Dici che l’eticità dell’uccisione non è in ballo e invece il problema sta proprio qui. E’ ingenuo credere che sia possibile trattare gli animali “umanamente” fino al giorno in cui li appenderemo a un gancio. Finché riterremo lecito ucciderli, gli animali continueranno a essere considerati prodotti e come tali trattati, ovvero come qualcosa da cui ricavare il massimo profitto possibile e il loro benessere sarebbe l’ultimo dei pensieri per gli allevatori.

      Dici che uccidere e cibarsi dei cadaveri delle nostre prede è “naturale”. Non so se hai idea di quante volte nella storia dell’uomo sia stato usato questo termine per giustificare le peggiori nefandezze. Un tempo, la maggior parte delle persone credeva che fosse nell’ordine naturale delle cose che alcuni esseri umani fossero schiavi e altri padroni. C’è ancora chi ritiene che la propria razza o il proprio sesso sia naturalmente superiore alle altre razze e all’altro sesso, che l’omosessualità sia “contro natura” e così via. La “naturalità” è solo una questione culturale.

      Dici che non vedi “niente di negativo nel dolore e nella morte”, ma dimentichi di aggiungere la parola “altrui”. Non credo che non vedresti nulla di negativo nel *tuo* dolore e nella *tua* morte, se sapessi che sono evitabili.

      Come ho già avuto modo di spiegare in un commento sul tuo (interessantissimo) blog, non so se le piante possano soffrire o meno, ma non è che la cosa mi sia del tutto indifferente. So però due cose:
      1) noi siamo animali e soffriamo, esattamente come gli altri animali
      2) i cibi di origine animale arrecano solo danni al nostro organismo (vedi “The China Study” di T. Colin Campbell per una spiegazione medica e “Un mondo sbagliato” di Jim Mason, che sfata il mito dell’uomo primitivo cacciatore e divoratore di animali)
      le quali mi portano a concludere che mai più nella mia vita vorrò avere a che fare con l’uccisione e l’ingerimento di chicchessia.

      Tornando alle piante, come dicevo non sono del tutto disinteressata al fatto che possano soffrire o meno e che sia lecito o meno “ucciderle”. Ultimamente mi sto documentando sull’alimentazione umana e, a quanto pare, siamo fatti per mangiare sostanzialmente frutta (intesa in senso lato, ovvero anche i cosiddetti ortaggi). Raccogliere i frutti non “uccide” la pianta, anzi, la aiuta a diffondere i propri semi e quindi a riprodursi.
      So già che qui entreranno in ballo le ormai famose e onnipresenti obiezioni “ma le proteine” e “ma le carenze”. Da quanto ho letto ed è stato dimostrato, possiamo ottenere tutto ciò che ci serve -e nel migliore dei modi- cibandoci esclusivamente di frutta e ortaggi. Il nostro corpo può quindi vivere -e con una salute di ferro- senza che per questo sia stato necessario causare sofferenza e morte. Non pretendo che tu ci creda: se qualcuno me lo avesse detto 5 anni fa gli avrei dato del pazzo credulone e comunque tuttora non la ritengo una verità assoluta.

      Per concludere, il mio consiglio è e sarà sempre leggere, leggere, leggere tanti libri. Documentarsi sui fatti e sulle argomentazioni dei principali teorici dell’antispecismo ritengo sia il modo migliore per poter discutere di questo argomento con cognizione di causa.
      Altro consiglio è quello di presentarsi in un macello chiedendo di assistere a un uccisione (anche se è poco probabile che accettino) o di andare a una sagra di paese e chiedere di poter uccidere lo sfortunato di turno o di prendere in casa un animale, dargli da mangiare per un po’ di tempo e infine ammazzarlo e farlo al forno con le patate. Se ci riesci e poi riesci anche a mangiarlo, non avrò più nulla da dirti. In caso contrario, credo che ti ritroveresti a rivedere la tua posizione 😉

      Rispondi
      1. giulia

        Che dire… concodo in tutto e per tutto con la visione di bizzarrobazar (sono un’accanita lettrice del suo blog). sono una carnivora convinta, ma mi ritengo eticamente corretta, per quanto possibile. mi spiego, anche se so già che per voi vegani e vegetariani sarà incomprensibile. ho l’aspirazione a essere una produttrice e una consumatrice a km zero e bio. ho un grandissimo orto che curo da sola e allevo polli e galline per le uova. il mio sogno è avere anche altri animali, ma avendo 26 anni e nessuno alle spalle che mi abbia insegnato la nobile arte della “fattrice” (compresi i miei studi in lettere moderne) mi arrangio come posso e ci provo pian piano. ovviamente non ho tutta la carne che voglio a disposizione, e quindi tento di acquistarla sempre da un macellaio che ha un allevamento all’aperto e vedo come tratta gli animali.
        ritornando al discorso, credo anch’io che siamo parte della natura e per questo perfettamente autorizzati a cibarci delle altre creature.
        i problemi sono due: la dignità di vita (che non disprezzerei, tutti dobbiamo morire in un modo o nell’altro, chi ucciso e mangiato chi di cancro. cos’è meglio? mah!) e la visione dell’uccisione e del cibarsi. faccio l’esempio dei miei polli: allevo animali in libertà, in un’ampia area a loro completa disposizione. in cambio loro mi forniscono uova (ricordo che in una situazione del genere, e non volendo uccidere le galline, parlo a voi vegani, le uova non sono sfruttamento, è il naturale ciclo delle galline) e carne. il mio ragazzo uccide i polli e io li spenno e li pulisco. le ho guardate negli occhi mentre lo faceva (non lo faccio solo perchè ho paura di non avere una presa abbastanza decisa e di far loro male inutile) e quel che ho provato è gratitudine. allo stesso modo affondare le mani nelle viscere ancora calde non mi procura né schifo né mi fa sentire in colpa, perchè per me è il ciclo naturale della vita e quando lo faccio, anzi, mi sento più vicina alla naturalità delle cose. credo che il cardine della questione sia proprio questo. insomma: vuoi il tuo cibo? guadagnatelo. guardalo negli occhi. e ringrazia per il suo sacrificio.
        non sono una fan della new age, eh! tutto quello che scrivo è frutto di una mia personale visione in continua evoluzione.
        il vero problema dell’essere carinivori oggi è l’industrializzazione: l’allevamento intensivo, i pompaggi ormonali, i mangimi sofisticati, gli spazi angusti… la macellazione allo stesso modo è roba meccanica, sterile… e poi vogliamo parlare delle fettine di carne impacchettate nel polistirolo? insegno alle elementari e vi assicuro che tanti bambini non sanno nemmeno da dove vengano quelle cose rosse nè come sia fatta una mucca, o un maiale.

        mi scuso per lo stile di scrittura, l’ho scritto d’impulso.

        Rispondi
      2. Masque

        Per molti vegetariani, la questione si delinea in modo molto semplice: se posso scegliere che qualcuno non debba venire ucciso, lo faccio… e so di poter scegliere. Ormai è noto che la carne non sia necessaria. Oltretutto, allevare è generalmente molto più dispendioso. Quindi, l’unico motivo per cui qualcuno mangerebbe carne, non sarebbe razionale, ma emotivo: piace il gusto.
        Certamente, ogni essere vivente prima o poi muore… per diversi motivi. Ma se un cancro o un virus non possono “scegliere” se far morire l’ospite oppure no, un essere umano, specialmente se si ritiene un animale evoluto, dotato di coscienza e volontà, può. Non è scontato che un essere vivente abbia coscienza e volontà (o libero arbitrio, se vogliamo andare sul filosofico), ma tendiamo ad attribuire a noi stessi queste caratteristiche perché “sentiamo” (ci sembra) di averle. Anche in alcuni animali abbiamo riscontrato comportamenti che sembrano indicare di avere le stesse caratteristiche.
        Ma non è scontato. Cerca in rete “Esperimento di Libet”, ad esempio.

        Rispondi
  15. Masque

    Spero di non essere invadente a rispondere per primo. 🙂
    Dici bene quando affermi che il dolore è una cosa naturale. In realtà, di potrebbe dire che non esiste nulla di non naturale… Comunque il dolore è un meccanismo svilupatto durante l’evoluzione, che permette agli organismi che lo provano, di attivare meccanismi di fuga o difesa, e poter quindi evitare cose come mutilazioni, che li porterebbero a morire. Noi e altri esseri viventi abbiamo questo meccanismo molto utile. Poi, alcuni hanno ottenuto anche la paura, che permette di prevenire quelle situazioni che causerebbero dolore e quindi potenzialmente mortali. Dato che si è rivelato un meccanismo efficace, le generazioni di esseri viventi che potevano morire a causa di attacchi violenti e mutilazioni e che lo avevano, sono sopravvissute meglio… è sempre la semplice evoluzione naturale. Gli organismi con una struttura che permette loro di sopravvivere a eventi simili, non hanno avuto bisogno di sviluppate qualcosa che scateni loro la fuga o l’autodifesa. Sono le piante.
    Noi facciamo parte di quella categoria di organismi che sono sopravvissuti grazie al dolore, e crediamo di aver sviluppato anche una coscienza ed una capacità di auto analisi, introspettiva. Siamo in grado inoltre, di provare ad immaginare cosa un altro possa sentire. Quindi, pensiamo di riuscire ad indovinare abbastanza bene quando, vedendo un animale attivare le stesse reazioni che, in noi, sono attive quando proviamo dolore e paura, di pensare che anche l’animale stia provando una cosa simile. Non possiamo esserne sicuri, perché non saremo mai in grado di sapere “cosa si prova ad essere un pipistrello, essendo un pipistrello”, ma ciò che possiamo osservare ci offre abbastanza indizi per pensare che quell’animale sta provando le stesse sensazioni spiacevoli che proviamo noi quando reagiamo in quel modo.
    Ecco perché del dolore e della paura degli animali, possiamo essere più certi di quello eventuale delle piante, e dato che noi cerchiamo di evitarlo perché conosciamo la sensazione, pensiamo che anche un animale in grado di provarlo, “stia meglio” quando non lo prova. Anche se quell’animale non ha una mente abbastanza complessa da poter riflettere sul dolore e su se stesso… anche se non ha sviluppato una coscienza.
    Quindi, lo evitiamo, perché siamo consapevoli che possiamo vivere bene anche nutrendoci di esseri viventi che non sembrano in grado di provare dolore e paura (perché tagliare delle foglie o staccare dei frutti, fino ad un certo punto, non mette a rischio di vita la pianta, che anzi, quelle parti tolte, riesce a rigenerarle).
    Oltre a questo c’è anche, secondo me, una questione sociale o politica. Se vogliamo arrivare ad ottenere una società in cui tutti hanno il maggior benessere possibile, dobbiamo riuscire ad eliminare ogni forma di violenza (e lo sfruttamento è violenza). Ciò che ci permette di usare violenza su un essere senziente, è la capacità di vederlo secondo una diversa prospettiva non più come essere senziente a cui ci sembra di somigliare in qualche misura, ma come oggetto. Questo ci permette di abbassare la nostra sensibilità verso di esso e di manipolarlo come altrimenti non faremmo con qualcuno che pensiano possa provare sensazioni simili a noi. Questi cambi di prospettiva, che ci alleniamo a fare sugli animali, sono fondamentali nella caccia ed infine in guerra ed in tutte quelle situazioni un cui una persona tortura o uccide un altro essere senziente.
    Quindi, evitare qualsiasi forma di violenza verso esseri senzienti, è un modo per migliorare anche noi stessi. Un allenamento che potrebbe permetterci di arrivare ad una società migliore anche per noi.

    Rispondi
  16. bizzarrobazar

    Grazie a entrambi per le risposte interessanti.
    Non mi piace essere troppo superficiale su questioni che sono importanti per tante persone, e che coinvolgono dubbi di natura etica. Il lavoro di informazione che fate non è mai inutile e non dovete scoraggiarvi, ve lo dico sinceramente: non amo chi cerca di fare proselitismo (di qualsiasi genere), ma apprezzo gli stimoli di riflessione onesti e sentiti, e di sicuro uno dei meriti del movimento vegano è quello di porre domande che molti non vogliono sentire.

    Detto questo, rispondo a qualche punto – anch’io in maniera forse disordinata e più vicina al flusso di coscienza, mi perdonerete.

    Innanzitutto, la questione del dolore. Non mi sono dimenticato la parola “altrui”, parlavo proprio del *mio* dolore:’altronde, quale altro dolore potrei conoscere, al di là di vaghe empatie e illusioni di immedesimazione? E sì, sulla base della mia esperienza personale sono convinto che ultimamente (nell’ultimo secolo, direi ad occhio e croce) abbiamo demonizzato dolore e morte oltre ogni sensata dimensione. Tutti soffrono e tutti muoiono, è la più banale delle verità, ma per qualche ragione stiamo lottando contro questa realtà con le unghie e con i denti, con tutti i mezzi tecnologici a nostra disposizione. Un mondo senza dolore e senza morte, è un mondo in cui non vorrei vivere.

    Concordo con Paola quando asserisce il valore culturale e relativo del termine “naturale”. Ma credo che sia indubbio che il continuo mutamento avviene tramite una sorta di “autofagocitazione”: possiamo essere vivi soltanto grazie alla morte di altri esseri viventi. Come si dice, la materia è limitata, e nulla si crea o si distrugge; nella mela che mangio sono contenute parti dei miei antenati, dei dinosauri, delle mille creature che sono apparse e scomparse prima di me e di questa mela. Questo solo per dire che certo, affermare che mangiare carne è naturale può sembrare un preconcetto, ma va anche tenuto presente che uno degli aspetti fondamentali del mondo così come lo conosciamo è che la vita trova sostentamento in altra vita.

    Sul fatto che i nostri progenitori fossero fruttivori e che quindi il nostro organismo sia “progettato” a questo scopo, non mi pronuncio perché ne so veramente poco, e non so dire se secoli di consumo di carne abbiano in qualche modo modificato il nostro metabolismo. Sospetto però che vi sia un’attitudine fisiologica che ci spinge a preferire un cibo ad un altro: mio padre mangia quintali di frutta, e io non più di una dozzina di frutti all’anno. 🙂

    Quanto all’uccidere gli animali con le mie stesse mani e/o trattarli come oggetti, faccio parte di quella generazione (l’ultima forse) che ha potuto conoscere la vita di fattoria, quella di vecchio stampo per intenderci, in cui gli animali ad un certo punto si uccidevano, sì, ma vigeva un rispetto assoluto per le bestie. Erano certamente una ricchezza e un sostentamento, ma mai soltanto un “prodotto”; quando si ammazzavano e si facevano al forno, prima di mangiare si ringraziava l’animale, un po’ come facevano gli indiani d’America che chiedevano il “permesso” al bufalo prima di tagliarne le carni. Questa dimensione si è persa, e una cosa che mi intristisce è vedere la carne asettica e irriconoscibile sui banconi del supermercato, comprata da gente che non vuole nemmeno pensare all’animale di provenienza e come è stato ucciso. Sono d’accordo, non tutti sarebbero in grado di “uccidere il proprio pasto”; ma sono anche convinto che, se tutti quelli che mangiano carne lo facessero, ogni boccone assumerebbe un significato diverso. Forse molti smetterebbero di mangiare carne. Tutti, comunque, acquisirebbero una diversa sensibilità e una comprensione maggiore di cosa significhi mangiarla. Mi ripeto: siamo vivi soltanto perché qualcun altro è morto, e se si è abbastanza onesti la carne è un’esperienza concreta ed evidente di questa realtà.
    Quindi: avrei problemi ad uccidere un animale per cibarmente? Molto probabilmente sì, ma lo farei comunque. Ho visto uccidere conigli e agnelli, ho ucciso io stesso astici e aragoste. L’immedesimazione c’è, inutile girarci intorno, non è mai un momento piacevole né gioioso, ma è un momento sacro. E se uccidessi tutto ciò di cui mi cibo, di sicuro il mio pasto assumerebbe tutt’altro significato.

    Non pretendo di avere nessuna verità, parlo solo della mia esperienza e di ciò che vedo e sento. Se scrivo queste cose è perché prendo molto sul serio l’argomento, e non mi piace ridurre il veganesimo a una moda o a paranoie inutili o, ancora peggio, infantili. Credo che voi tocchiate un nervo scoperto e molto importante. La vita ci ha portato a conclusioni differenti, forse, ma vorrei sottolineare la mia stima per persone come voi, che combattono per le loro idee in un mondo che sembra orientato in un’altra direzione, sentendosi come un sobrio nella terra degli ubriachi. Posso solo immaginare la frustrazione ad ogni cena fra amici, ad ogni pasto anche banale, un pezzo di pizza col salamino! Per me mangiare carne è anche e sempre un esercizio di umiltà, anche se può sembrare paradossale. Certo, mi si potrà dire che è tutto un alibi perché la carne mi piace, ed è sicuro che adoro il gusto di una bistecca. Ma per me il piatto è sempre una forma di meditazione. Provo piacere e mi nutro alle spese di un altro essere vivente. Non è una bella sensazione, ma credo sia inevitabile. Le larve e i vermi faranno di me ciò che io ho fatto ad altri. Piante? Animali? Più che la dieta vegetariana, io sarei propenso per una maggiore coscienza di ciò che mangiamo, di quello che comporta, e della violenza insita in qualsiasi pasto. E’ quello a cui pensava Burroughs, quando ha intitolato il suo famoso libro “Pasto nudo”: il momento agghiacciante in cui ci rendiamo conto di quello che c’è sulla punta della forchetta. Vorrei che molte più persone lo notassero.

    Rispondi
    1. Masque

      Mi citi “Pasto Nudo” e questo mi piace 🙂
      Ma quando parli del rispetto verso l’animale in un rituale in cui viene sacrificato, credo che bisognerebbe analizzare più profondamente. In un rituale, ogni cosa non è ciò che è, ma ciò che rappresenta nella mente di chi al rituale partecipa. Il rituale è una costruzione culturale dell’uomo, una rappresentazione mentale che ha validità solo in relazione all’uomo stesso immerso in quella cultura. L’animale in sé, sia da un punto di vista esterno, sia da quello ipotetico dell’animale, è estraneo alla rappresentazione mentale che l’uomo costruisce a beneficio del rituale (e di tutta la sua rappresentazione del cosmo). Nel momento in cui viene sacrificato, si mette in atto una decisione che mentalmente significa che il simbolo mentale dell’animale ed il significato dell’azione che si va a compiere, hanno un valore più elevato della vista dell’animale in sé.

      Rispondi
      1. bizzarrobazar

        E’ chiaro che l’animale che uccido se ne infischia del mio rispetto o della mia mancanza di rispetto nei suoi riguardi: vuole soltanto rimanere in vita. L’animale stesso non mostra particolare attenzione o delicatezza nei confronti delle prede di cui si ciba.
        Allora mi sembra che stiamo ricadendo nel vecchio, insanabile conflitto cultura/natura. Siamo davvero separati, “differenti” dagli animali? E se sì, come? Mi dici che applico un “rituale”, quindi una visione del mondo, che è prettamente umana e quindi non si può applicare agli animali. Sono soltanto io che, uomo, decido di applicare il simbolo su un essere che è estraneo a tutta questa costruzione. Se uccidessi un coniglio a morsi e pugni sarei forse più in linea con la natura? Quello che voglio dire è che forse la nostra visione del mondo è ciò che ci ha portato al concetto di rispetto e magari ad adottare la violenza minore, quando possibile, nel quadro dell’inevitabile carneficina.
        Tutto questo, ne sono conscio, è smentito dall’odierna industrializzazione del mercato della carne, in cui ogni tipo di rapporto con l’animale è regredito e negato – sia agli allevatori che ai consumatori finali. Ma è appunto questo che dicevo: mi piacerebbe vedere una maggiore coscienza di ciò che si mangia, della sofferenza che produce. Soltanto una volta conosciuta (in un mondo ideale: esperita) la violenza necessaria a portarti nel piatto quella bella ma anonima fettina di carne potrai davvero scegliere se è qualcosa che puoi sopportare o meno.

        Rispondi
      2. Masque

        Beh, non parlerei di gesti più “naturali” o meno. Chiaramente ogni sviluppo delle capacità di una specie, e quindi le azioni che essa compie e può compiere sono emergenze del processo evolutivo. Uno space shuttle non è meno naturale della diga di un castoro, ma solo più complesso. L’uomo non è e non può essere separato dalla natura. Pensarlo è un controsenso. Semmai, quando una persona parla di comportamento naturale o non naturale, si esprime impropriamente intendendo piuttosto qualcosa che si avvicina o meno ad una sua idea di stato d’essere più o meno selvaggio.
        Quindi, uccidere un coniglio con le mani, oppure con una spada laser, è altrettanto naturale.
        Ma tutti questi discorsi, secondo me, girano attorno al fulcro del problema che, secondo me è di natura psicologica e culturale.
        Cioè, l’apparente contraddizione che si crea quando una persona prova empatia per gli animali, non sopporterebbe vederne le sofferenze, eppure fa uso di prodotti che non possono essere ottenuti se non causando sofferenza agli animali. Ci sono meccanismi diversi che entrano in gioco: l’empatia, l’autodifesa del proprio ego, la ricerca del piacere, l’imitazione ed rinforzo positivo nel ripetere qualcosa che è approvato dalla società, e chissà quanti altri.
        Come dici giustamente, è proprio la nostra cultura e l’empatia (anch’esse emergenze del sistema complesso naturale), che ci permettono anche di cercare la via di minor violenza, oppure quella che potrebbe garantire una sopravvivenza su più lungo periodo. Infatti, il recente aumento di persone sensibili alle tematiche ecologiste ed animaliste indica, secondo me, una tendenza al cambiamento.

        Rispondi
      3. Masque

        ps. Ho scritto “apparente contraddizione” perché la mente tende sempre ad eliminare le contraddizioni “interne”, mentre invece appaiono a chi non è la mente di quel soggetto.

        Rispondi
        1. bizzarrobazar

          Masque, sono d’accordo con tutto quello che hai scritto. Eppure, forse, le contraddizioni di cui parli sono inevitabili, ed esistono in ognuno di noi. Nessuno ha la verità in pugno, per fortuna. 🙂

          La stessa empatia è uno dei fattori che ci portano a contraddirci, a seconda dell’oggetto della nostra immedesimazione. Hai mai notato come durante un documentario sui leoni, le iene ti appaiano come gli esseri più terrificanti e pericolosi del mondo? Il giorno dopo, ecco un documentario sulle iene, e quei leoni sono diventati dei mostri sanguinari… 😀
          A parte le battute, credo davvero che l’empatia sia un bene prezioso, ma che vada usato e propugnato con cautela. Ci sono troppe persone ansiose di proiettare le proprie frustrazioni su un oggetto con cui empatizzare. Lo vediamo in qualsiasi campo, dall’attivismo politico a quello umanitario, a quello ecologista fino agli attivismi più oscuri, risibili e impensabili… tutti nati, verrebbe da pensare, dal desiderio di avere uno scopo, di sentirsi parte di un movimento e di una direzione, dalla fame di senso; nati cioè non dall’introspezione, ma dalla mancanza della stessa. E questo alla lunga potrebbe nuocere anche alla sensibilizzazione di cui parli, che è invece auspicabile e importante.

          Rispondi
      4. Masque

        Esatto. È come dici (o almeno, così mi pare).
        Il problema è come in ogni caso in cui non vi è una linea di demarcazione ben definita, diventa difficile e soggettivo capire il limite oltre il quale non si dovrebbe arrivare.
        Penso che l’attivismo non nasca solo dal desiderio di essere utili o di avere uno scopo, ma anche dalla paura che poteri o numeri più elevati di noi stiano trascinandoci verso un futuro che riteniamo spiacevole. Oppure anche per difendersi da una situazione che si percepisce come ingiusta e che non si crede che possa venire risolta tramite l’intervento di qualche autorità (“chiedere al potere di riformare il potere. che ingeniutà!” dice Gian Maria Volonté nei panni di Giordano Bruno).
        C’è da dire che per l’attivista, diventa difficile non avere una percezione della realtà sbilanciata. Me ne sono accorto osservando di persona degli amici attivisti. Passando moltissimo tempo ad osservare quasi solo situazioni limite, solo quelle nelle quali si sente la richiesta della loro attenzione (i casi di abuso sugli animali, ad esempio), rischiano di percepire la società in modo sbilanciato e si trovano molto preso in stato di stress e ansia.
        Al contrario, ci sono situazioni che la cultura attuale tende a nascondere (la violenza delle forze dell’ordine e dell’esercito, gli abusi sugli animali, ad esempio) e quindi, la maggior parte della gente ha una percezione sbilanciata sul lato opposto dell’attivista.

        Rispondi
  17. dani

    una dieta bilanciata onnivora è certamente parimenti sana ad una vegetariana… quindi non vedo perchè dovrei rinunciare al piacere di una buona bistecca qui e li 😀

    Rispondi
  18. Paola Autore articolo

    Ragazzi, 55 commenti a un post in cui mi lamento! 😀
    Grazie a tutti per la partecipazione, in particolare a Masque, che ha saputo rispondere egregiamente in mia vece. Perdonate la latitanza, ho già in mente il prossimo post, ora devo “solo” trovare il tempo di scriverlo!

    Rispondi
      1. Paola Autore articolo

        Non è morto, sono io che ho bisogno di parecchio tempo per mettere giù i pensieri come dico io e finisce che tra un post e l’altro passano i mesi…

        Rispondi

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